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Ong: basta rimpatri forzati dalla Svizzera all’Etiopia

Il 27 gennaio 2021 la Segreteria di Stato della migrazione avrebbe organizzato un volo per Addis Abeba con cinque richiedenti asilo a bordo. Ma la violenza etnica continua

Diverse Ong chiedono la fine immediata dei rimpatri forzati dalla Svizzera all’Etiopia. Il 27 gennaio, stando a un comunicato della sezione vodese della Lega svizzera per i diritti umani, la Segreteria di Stato della migrazione (Sem) ha organizzato un volo per Addis Abeba con cinque richiedenti asilo a bordo.

La situazione in Etiopia è però considerata particolarmente precaria da molte organizzazioni non governative come Amnesty International o l’Organizzazione svizzera aiuto ai rifugiati (OSAR), ricorda la Lega. Le espulsioni verso un Paese in preda alla violenza etnica mettono in pericolo l’integrità dei migranti, si legge ancora nella nota che chiede di rivedere l’accordo di riammissione firmato nel 2018 tra Svizzera e Etiopia.

Fonte:

https://www.laregione.ch/svizzera/svizzera/1489256/svizzera-etiopia-ong-rimpatri-stato


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Bosnia Erzegovina, la disperazione lungo la rotta balcanica: “Sto impazzendo dal freddo”, “Non si può più aspettare”

Situazione disumana al campo di Lipa, nel Nord-Ovest del Paese. Abbondanti nella neve con temperature a -10°C. A rischio la vita di profughi in condizioni estreme.

Si aggrava sempre di più, anche per il peggioramento delle condizioni meteorologiche, l’emergenza umanitaria per i migranti bloccati in una situazione disumana al campo di Lipa, nel Nord-Ovest della Bosnia e Erzegovina. Abbondanti nevicate e temperature che scendono fino a -10°C mettono a rischio la vita di circa 900 persone che vivono nell’insediamento in condizioni estreme. Ad oggi, infatti, sono state montate, da parte dell’esercito bosniaco, solamente una dozzina di tende non ancora riscaldate che danno riparo notturno a circa metà di queste persone. L’altra metà continua a dormire in rifugi improvvisati. Le condizioni igieniche sono disastrose, dal momento che mancano completamente i servizi igienici, l’acqua potabile e un sistema fognario. Non ci sono nemmeno i collegamenti elettrici, le strade di accesso al campo sono ghiacciate e difficilmente percorribili, e l’altopiano di Lipa è di fatto isolato.

“Fa troppo freddo, sto impazzendo” è il disperato grido di aiuto di Ali, uno degli ospiti del campo proveniente dal Pakistan. Monsignor Komarica, vescovo di Banja Luka ha lanciato un appello chiedendo a tutti i rappresentanti politici che possono prendere decisioni di “lavorare insieme, con l’aiuto materiale della comunità internazionale, per risolvere questa catastrofe umanitaria in modo positivo ed efficace, il prima possibile”.

Incomprensibile la scelta del governo bosniaco. Rimane difficile comprendere la decisione del governo della Bosnia e Erzegovina di trasformare Lipa in un campo permanente pur sapendo che serviranno molte settimane per raggiungere degli standard minimi di sicurezza, e il rifiuto di ricollocare i migranti in strutture più pronte e più adatte all’inverno a seguito anche delle forti proteste delle comunità locali interessate. Anche l’Unione Europea chiede che a Lipa vengano rispettati i diritti umani ed ha stanziato nuovi fondi, oltre quelli già messi a disposizione, per poter migliorare le condizioni del campo, ma senza un esito concreto immediato.

Fermare la prassi dei respingimenti. Si rende così necessario far cessare le prassi di respingimenti violenti sulla frontiera bosniaco-croata e ridiscutere le procedure e le politiche migratorie del Paese e della regione, per sviluppare un sistema che tuteli maggiormente la vita e i diritti delle persone in transito o dei richiedenti asilo, procedure più snelle e sicure per il transito verso l’Unione Europea dei migranti, soprattutto di quelli in condizioni più vulnerabili, anche grazie a nuovi corridoi umanitari. Le persone in transito lungo la Rotta Balcanica sono infatti spesso in fuga da scenari di guerra e persecuzione, ed hanno pieno diritto alla protezione internazionale lungo il proprio percorso migratorio.

Fonte: https://www.repubblica.it/solidarieta/immigrazione/2021/01/15/news/bosnia_erzegovina-282671850/


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Asilo: revoca dell’ammissione provvisoria

In una sentenza di principio1, il Tribunale amministrativo federale stabilisce che in caso di revoca dell’ammissione provvisoria la Segreteria di Stato della migrazione deve sempre applicare il principio di proporzionalità. Constata inoltre che nel corso degli anni l’ammissione provvisoria ha subito considerevoli adeguamenti legislativi intesi a migliorare lo statuto delle persone ammesse a questo titolo.

La Segreteria di Stato della migrazione (SEM) verifica periodicamente se le condizioni per l’ammissione provvisoria sono ancora soddisfatte; se questi presupposti non sono più adempiuti, revoca l’ammissione provvisoria e ordina l’esecuzione dell’allontanamento. Per costante giurisprudenza, l’ammissione provvisoria può essere revocata, in linea di massima, soltanto se l’esecuzione dell’allontanamento è lecita, se il cittadino straniero interessato ha la possibilità di trasferirsi in uno Stato terzo o di rientrare nel suo Paese d’origine o nell’ultimo Paese di residenza e se l’allontanamento è ragionevolmente esigibile. Tocca dunque all’autorità competente verificare che queste tre condizioni siano cumulativamente adempiute. Dopo aver esaminato il sussistere di queste condizioni, la SEM deve ancora soppesare gli interessi privati e pubblici in presenza.

Costante evoluzione
Nella sua sentenza di principio, il Tribunale amministrativo federale (TAF) ripercorre l’evoluzione dell’istituto dell’ammissione provvisoria, la quale conferisce viepiù prerogative e sottolinea che l’esame al quale la SEM deve procedere in caso di revoca di tale statuto differisce da quello da effettuarsi al momento della concessione. Difatti, la perdita del beneficio dell’ammissione provvisoria, che dal punto di vista del diritto di soggiorno può aver costituito la base per la pianificazione del proprio futuro, può comportare cambiamenti incisivi nella situazione di persone che soggiornano legalmente da molti anni. Su questi presupposti, il Tribunale ha sancito che il principio di proporzionalità, già applicabile in materia di revoca dei permessi di soggiorno, deve essere considerato anche nelle procedure di revoca dell’ammissione provvisoria ai sensi dell’articolo 84 capoverso 2 della legge federale sugli stranieri e la loro integrazione (LStrI).

Applicazione del principio di proporzionalità nella fattispecie
Nella fattispecie, dopo aver soppesato i sussistenti interessi, il Tribunale ha ritenuto che l’ammissione provvisoria non deve essere revocata, considerati in particolare l’età dell’interessato, la durata del suo soggiorno nel nostro Paese, il suo livello di integrazione e il fatto che è incensurato e non è oggetto di procedure esecutive né di atti di carenza di beni.

Questa sentenza è definitiva e pertanto non può essere impugnata dinanzi al Tribunale federale.

Fonte: https://www.bvger.ch/bvger/it/home/media/medienmitteilungen-2020/asylurteilzuraufhebungdervorlaufigenaufnahme.html


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Drammatico naufragio al largo della Libia causa la morte di oltre 70 persone

Un devastante naufragio ha causato la morte di almeno 74 migranti oggi (12/11) al largo di Khums, in Libia. Si tratta dell’ultima di una serie di tragedie che hanno coinvolto almeno altri otto naufragi nel Mediterraneo centrale dal primo ottobre.

L’imbarcazione trasportava oltre 120 persone, tra cui donne e bambini. Quarantasette sopravvissuti sono stati portati a riva dalla Guardia Costiera libica e da pescatori, 31 corpi sono stati recuperati. Proseguono le ricerche delle vittime.

Altre 19 persone sono morte negli ultimi due giorni: tra le vittime anche due bambini annegati dopo che le due barche sui cui si trovavano si sono rovesciate. La nave Open Arms – l’unica nave di una ONG attualmente attiva nel Mediterraneo centrale – ha salvato più di 200 persone in tre operazioni.

“La perdita di vite umane nel Mediterraneo è una manifestazione dell’incapacità degli Stati di intraprendere un’azione decisiva per dispiegare un sistema di ricerca e soccorso quanto mai necessario in quella che è la rotta più mortale del mondo”, ha detto Federico Soda, capo missione dell’OIM Libia.

“Da tempo chiediamo un cambiamento nell’approccio, evidentemente impraticabile, seguito nei confronti della Libia e del Mediterraneo. Non dovrebbero essere più riportate persone a Tripoli e si dovrebbe dar vita al più presto a un meccanismo di sbarco chiaro e prevedibile, a cui possano far seguito delle azioni di solidarietà degli altri Stati. Migliaia di persone vulnerabili continuano a pagare il prezzo dell’inazione, sia in mare sia sulla terraferma”.

Quest’anno almeno 900 persone sono annegate nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere le coste europee, alcune a causa di ritardi nei soccorsi. Più di 11.000 altri migranti sono stati riportati in Libia, in un paese dove possono rischiare di subire violazioni dei diritti umani, detenzione, abusi, tratta e sfruttamento, come documentato dalle Nazioni Unite.

Il peggioramento delle condizioni umanitarie dei migranti detenuti in centri sovraffollati, i diffusi arresti arbitrari e la detenzione, le estorsioni e gli abusi sono allarmanti. In assenza di ogni sicurezza per i migranti riportati nel Paese, la zona di ricerca e soccorso libica deve essere ridefinita per consentire agli attori internazionali di condurre operazioni di salvataggio.

Fonte: https://italy.iom.int/it/notizie/drammatico-naufragio-al-largo-della-libia-causa-la-morte-di-oltre-70-persone


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OIM e WFP: Il Coronavirus potrebbe spingere ancora più persone a spostarsi per necessità mentre la fame aumenta tra migranti e sfollati

COMUNICATO CONGIUNTO OIM-WFP

La fame globale e gli sfollamenti di popolazione – entrambi già a livelli record quando ha colpito il Covid-19 – potrebbero subire un’impennata, con migranti e quanti vedono diminuire il flusso delle rimesse che cercano disperatamente lavoro per sostenere le proprie famiglie.

Il rapporto, il primo nel suo genere, pubblicato oggi dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) e l’agenzia ONU World Food Programme (WFP), mostra come la pandemia abbia fatto aumentare l’insicurezza alimentare e la vulnerabilità per i migranti, per le famiglie che contano sulle rimesse dall’estero e per le comunità costrette ad abbandonare le proprie abitazioni a causa di conflitti, violenze e calamità.

Le due agenzie ONU avvertono che il costo economico e sociale della pandemia potrebbe essere devastante e fanno appello al mondo perché ciò si eviti, rafforzando il sostegno alla risposta ai bisogni umanitari immediati e in crescita, affrontando l’impatto socioeconomico della crisi e facendo in modo che i più vulnerabili non siano dimenticati.

Leggi QUI il rapporto

Fonte: https://italy.iom.int/it/notizie/oim-e-wfp-il-coronavirus-potrebbe-spingere-ancora-più-persone-spostarsi-necessità-mentre-la


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Statistiche dei procedimenti retti dalla nuova legge sull’asilo

A 18 mesi dall’entrata in vigore della revisione della legge sull’asilo, i tassi di liquidazione del Tribunale amministrativo federale risultano sostanzialmente identici a quelli registrati dopo il primo anno.

A 18 mesi dall’introduzione della modifica della legge sull’asilo, entrata in vigore il 1o marzo 2019, il Tribunale amministrativo federale (TAF) ha ricevuto complessivamente 6070 ricorsi in materia d’asilo. I due terzi (4033 ricorsi) riguardavano ancora il diritto previgente, mentre in 1697 casi tornavano applicabili le disposizioni di nuova introduzione.

Rispetto dei termini
La revisione della legge ha imposto al tribunale anche nuovi termini. Il termine a disposizione del TAF per il trattamento dei ricorsi contro decisioni di non entrata nel merito (e in particolare delle procedure Dublino) o casi di richiedenti provenienti da Paesi sicuri è di cinque giorni lavorativi. Nella procedura celere, il TAF ha a disposizione 20 giorni di calendario, ma il legislatore ha stabilito che questi termini possono essere superati di alcuni giorni in presenza di motivi fondati (art. 109 cpv. 4 LAsi).

Casi pendenti e tipi di esito
Il TAF è riuscito a ridurre ulteriormente il cumulo di vecchi casi tutt’ora pendenti, ma rispetto al precedente rendiconto relativo ai primi 12 mesi dalla modifica di legge, le procedure ricorsuali pendenti rette dal nuovo diritto sono aumentate di 70 unità. L’accumulo è riconducibile in particolare ad un aumento della mole di lavoro per le procedure ampliate, ambito in cui si sono registrati 163 nuovi ricorsi e 58 casi liquidati.

Il tipo di esito, invece, è rimasto praticamente invariato. Nel periodo considerato (18 mesi) è stato respinto il 69 per cento dei ricorsi.

Fonte: https://www.bvger.ch/bvger/it/home/media/medienmitteilungen-2020/statistikenzudenverfahrennachrevidiertemasylgesetz.html


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OIM e UNHCR chiedono all’UE un approccio alle politiche su migrazioni e asilo che sia davvero comune e basato sui principi

Alla vigilia del lancio del nuovo Patto su migrazioni e asilo presentato dalla Commissione Europea, l’OIM, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni e l’UNHCR, l’Agenzia ONU per i Rifugiati, si appellano all’Unione Europea (UE) affinché assicuri l’adozione di un approccio davvero comune e basato sui principi che affronti tutti gli aspetti inerenti alla governance delle questioni migratorie e dell’asilo. Le due organizzazioni delle Nazioni Unite auspicano che il Patto rappresenti un’opportunità nuova da cui partire per abbandonare l’approccio emergenziale che prevede l’adozione di accordi ad hoc in materia di asilo e migrazioni in Europa per passare a uno comune che sia maggiormente comprensivo, ben gestito e a lungo termine, sia in seno sia al di fuori dell’UE. Dato il numero relativamente contenuto di nuovi arrivi di rifugiati e migranti in Europa, il momento è favorevole per intraprendere un’azione comune.

I recenti eventi verificatisi nel Mediterraneo, tra cui i ritardi nell’autorizzare le operazioni di sbarco di migranti e rifugiati soccorsi in mare, l’aumento del numero di testimonianze di presunti respingimenti e gli incendi devastanti divampati nel Centro di registrazione e identificazione di Moria, sull’isola greca di Lesbo, hanno messo ulteriormente in evidenza la necessità di riformare con urgenza le politiche UE su migrazioni e asilo. La pandemia da COVID-19, inoltre, ha condizionato profondamente politiche e prassi in materia, e il deleterio impatto socioeconomico da essa prodotto non ha risparmiato nessuno. Rifugiati, migranti e Paesi che accolgono numeri elevati di rifugiati sono stati particolarmente colpiti su scala mondiale.

L’approccio attualmente adottato in seno all’UE è inattuabile, insostenibile e spesso comporta conseguenze devastanti sul piano umano. Data l’assenza di accordi condivisi in seno all’UE in merito alla gestione degli sbarchi, assenza che non ha fatto che aggravare le sofferenze delle persone soccorse, da tempo le due organizzazioni chiedono congiuntamente che si adotti un approccio europeo comune basato sulla condivisione di responsabilità tra Stati nelle operazioni di ricerca e soccorso e in quelle di sbarco per le persone salvate in mare. 

Fonte: https://italy.iom.int/it/notizie/oim-e-unhcr-chiedono-all’ue-un-approccio-alle-politiche-su-migrazioni-e-asilo-che-sia


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Naturalizzazione negata

Nel 2018, la Segreteria di Stato della migrazione ha rifiutato la naturalizzazione ordinaria al figlio di un ex ministro del Kazakistan. Il Tribunale amministrativo federale conferma la decisione negativa a causa dei procedimenti giudiziari ancora in corso nei suoi confronti.

Ilyas Khrapunov risiede in Svizzera dal 1998. Il padre è stato sindaco della città di Almaty e ha ricoperto diversi ruoli ministeriali in Kazakistan, il suocero è un noto oppositore del regime kazako. Il regime di Astana gli rimprovera di aver aiutato i suoi genitori a riciclare svariati milioni di franchi svizzeri sottratti illecitamente durante i mandati politici del padre. La Segreteria di Stato della Migrazione (SEM) aveva dapprima sospeso la domanda di naturalizzazione presentata da Khrapunov nel 2006, per poi respingerla nel 2018. La SEM ha ritenuto che il richiedente non rispettasse l’ordinamento giuridico svizzero, e che la concessione dell’autorizzazione di naturalizzazione avrebbe potuto compromettere le relazioni bilaterali tra la Svizzera e il Kazakistan. L’interessato ha impugnato questa decisione dinanzi al Tribunale amministrativo federale (TAF).

Procedimenti giudiziari in corso
Una delle condizioni della naturalizzazione consiste nel rispetto dell’ordinamento giuridico svizzero, nonché degli ordinamenti giuridici esteri in caso di reati punibili anche in Svizzera. Di conseguenza, se un richiedente è oggetto di procedimenti giudiziari pendenti in Svizzera o all’estero, e in particolare di procedimenti penali, l’autorizzazione federale alla naturalizzazione non può di principio essere accordata.

Nella fattispecie, la famiglia Khrapunov è oggetto in Svizzera di un procedimento penale per riciclaggio di denaro. Nei confronti della famiglia sono stati promossi numerosi procedimenti anche in altri Paesi, e in special modo negli Stati Uniti e in Inghilterra, volti a ottenere la restituzione di denaro sottratto illecitamente. In virtù di una sentenza pronunciata da una corte britannica, nei confronti del ricorrente è stata avviata di recente anche una procedura esecutiva. Il ricorrente contesta però l’esecutorietà di tale sentenza.

Malus politico non decisivo
Il ricorrente allega in sostanza che le autorità kazake avrebbero sporto denunce penali e avviato cause civili infondate un po’ ovunque, al solo scopo di nuocere a lui e alla sua famiglia, essendo egli stesso imparentato con persone che un tempo erano vicine al regime kazako, ma al quale si sono in seguito apertamente opposte.

Benché questo argomento non sembri di primo acchito totalmente sprovvisto di fondamento, il TAF constata che alcuni procedimenti hanno avuto un esito negativo per il ricorrente. Vi sono inoltre anche altri elementi in virtù dei quali tali procedimenti non possono essere semplicemente ignorati. Per esempio, il ricorrente ha ricevuto da sua madre un importo di svariati milioni di dollari in circostanze poco chiare. In un simile quadro, il fatto che la domanda di naturalizzazione risalga al 2006 non ha importanza. Considerati i dati figuranti sull’estratto del casellario giudiziale e le indagini in corso, la SEM disponeva di validi motivi per sospendere la procedura di naturalizzazione. Il TAF respinge pertanto il ricorso dell’interessato.

Vedi sentenza (francese): Sentenza F-4866/2018

Fonte: https://www.bvger.ch/bvger/it/home/media/medienmitteilungen-2020/einbuergerung-oligarch.html


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Procedure di asilo familiare eque

Con una sentenza di principio1 , il Tribunale amministrativo federale riconosce l’esistenza di una nuova circostanza particolare ostativa alla concessione dell’asilo familiare. Inoltre, stabilisce che il risultato dell’apprezzamento delle prove operato nel contesto di una procedura d’asilo a titolo originario già conclusa non può essere ripreso automaticamente nella procedura successiva riguardante l’asilo familiare. Il diritto di essere sentito deve essere nuovamente accordato e i risultati dell’esercizio di tale diritto devono essere apprezzati separatamente.

Una donna di origini tibetane aveva chiesto l’asilo in Svizzera nel 2015. La Segreteria di Stato della migrazione (SEM) aveva respinto la sua domanda. Sebbene la SEM avesse riconosciuto la sua appartenenza all’etnia tibetana, l’interessata non aveva comprovato di essere fuggita direttamente dalla Cina. Fondandosi in particolare su di un’analisi della provenienza svolta da un esperto esterno, la SEM era giunta alla conclusione che molto verosimilmente la richiedente era cresciuta negli ambienti della diaspora tibetana in India o nel Nepal. Di conseguenza, aveva ordinato il suo allontanamento dalla Svizzera e la sua esecuzione, salvo escludere un rinvio dell’interessata nella Repubblica popolare cinese, dati i rischi di persecuzione ai quali erano esposti i cittadini cinesi di origini tibetane in caso di rimpatrio.

Nel 2019, l’interessata ha contratto matrimonio in Svizzera con un uomo al quale era già stato accordato l’asilo in precedenza. Dopodiché, ha chiesto alla SEM di concederle l’asilo familiare, ossia di essere inclusa nello statuto di rifugiato concesso al coniuge. La SEM ha respinto la domanda, principalmente in virtù del fatto che nella procedura d’asilo originaria l’interessata aveva violato il proprio obbligo di collaborare nascondendo il suo principale luogo di socializzazione. Tale circostanza avrebbe impedito alla SEM di verificare se l’interessata avrebbe potuto stabilirsi, con il coniuge e il figlio, in uno Stato di cui forse possedeva la cittadinanza, altra circostanza che si sarebbe opposta alla concessione dell’asilo familiare.

Nuova «circostanza particolare»
Da questo caso il Tribunale amministrativo federale (TAF) trae una conclusione di principio: l’impossibilità per la SEM di verificare se il richiedente possiede un’altra cittadinanza, diversa da quella del membro della famiglia a cui è già stato riconosciuto lo statuto di rifugiato, può costituire una «circostanza particolare» che osta alla concessione dell’asilo familiare. Una tale costellazione è realizzata allorquando l’interessato commette una grave violazione del proprio obbligo di collaborare nella pertinente procedura.

Il diritto di essere sentito deve essere di nuovo concesso
Secondo il TAF, la SEM può tener conto dei fatti e mezzi di prova della procedura precedente ormai conclusa a condizione che nell’ambito della seconda procedura conceda di nuovo al richiedente la possibilità di esprimersi, ossia il diritto di essere sentito. In tale ambito la SEM deve informare anticipatamente il richiedente sulle conseguenze che una mancata collaborazione potrebbe avere sull’esito della nuova procedura. In seguito, dovrà valutare le osservazioni presentate dal richiedente nell’esercizio del diritto di essere sentito alla luce delle esigenze specifiche previste per le domande di asilo familiare.

Si tratta di un passo necessario, poiché la legge sottopone la procedura d’asilo originaria e la procedura per le domande di asilo familiare a condizioni diverse. Una dichiarazione del richiedente o il fatto quest’ultimo taccia nuovamente un elemento essenziale non ha, di principio, alcuna conseguenza sull’esecuzione della decisione di allontanamento, data l’esistenza di un potenziale diritto al rilascio di un permesso di soggiorno cantonale.

Necessità di un nuovo apprezzamento
In concreto la SEM è dunque tenuta, nell’ambito della procedura per la concessione dell’asilo familiare, a chiedere alla richiedente se intende mantenere le dichiarazioni effettuate nell’ambito della procedura d’asilo originaria, ossia se insiste nell’affermare di essere cresciuta nel Tibet e di possedere quindi unicamente la cittadinanza cinese, o se intende invece modificare le sue precedenti dichiarazioni e collaborare con la SEM affinché quest’ultima possa stabilire il suo vero luogo principale di socializzazione ed escludere che vi abbia ottenuto una nuova cittadinanza. Una volta ricevuta la risposta della richiedente nell’ambito della concessione del diritto di essere sentito, la SEM deve dunque procedere a un nuovo apprezzamento dell’insieme delle dichiarazioni e dei mezzi di prova versati agli atti, per poi in seguito, su queste basi, esaminare se l’obbligo di collaborare è stato violato anche nell’ambito della procedura tendente all’ottenimento dell’asilo familiare e valutare la gravità dell’eventuale violazione. Pertanto, il TAF annulla la decisione di rifiuto dell’asilo familiare e rinvia la causa alla SEM per complemento di istruzione e nuovo apprezzamento.

Vedi sentenza (francese): Sentenza E-1813/2019

Fonte: https://www.bvger.ch/bvger/it/home/media/medienmitteilungen-2020/faireverfahrenbetreffendfamilienasyl.html


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Il TAF bacchetta la SEM su procedura asilo accelerata

Il Tribunale amministrativo federale (TAF) bacchetta la Segreteria di Stato della migrazione (SEM). Quest’ultima ha ripetutamente violato i diritti garantiti ai richiedenti asilo nell’ambito delle procedure accelerate.

Con un sentenza di principio, il TAF ha accolto il ricorso di un richiedente la cui domanda era stata decisa con la nuova procedura celere. Introdotta nel marzo 2019 dalla revisione della legge sull’asilo, questa procedura è applicabile alle domande che possono essere decise senza ulteriori chiarimenti.

Quando la SEM respinge la domanda, il termine per il ricorso al TAF è di sette giorni, mentre è di 30 giorni per la procedura ampliata riservata ai casi complessi. Nel caso specifico, il rappresentante legale del ricorrente aveva richiamato l’attenzione della SEM sulla complessità del caso. Dopo una prima audizione, la SEM ne aveva infatti effettuate altre due della durata di sei ore ciascuna.

La decisione sull’asilo – scrive il TAF in un comunicato stampa – era arrivata soltanto dopo 89 giorni di calendario, invece dei 29 giorni previsti dal legislatore. Al rappresentante legale erano però concessi soltanto 7 giorni di tempo per fare ricorso.

Errore di triage commesso dalla SEM

Nella loro sentenza, i giudici di San Gallo ammettono che la SEM ha compiuto ampie indagini ed ha motivato compiutamente la sua decisione. Ma benché la legge preveda che nella procedura celere la durata massima di 29 giorni può essere superata di “alcuni giorni”, la SEM ha oltrepassato anche questo margine “in misura massiccia”.

Le giustificazioni addotte dalla SEM per motivare la mancata attribuzione alla procedura ampliata non hanno peraltro convinto il collegio giudicante. Già in prima istanza il rappresentante legale aveva in effetti evidenziato la complessità della procedura e l’errore di triage. In conclusione, la Corte ha annullato la decisione e ha rinviato la causa alla SEM per un nuovo giudizio in procedura ampliata. La sentenza è definitiva.

Il TAF precisa inoltre che quello trattato non è un caso speciale. In molti altri casi, la SEM avrebbe dovuto optare per una procedura estesa, garantendo un termine ordinario di ricorso di 30 giorni.

(Sentenza E-6713/2019 del 9 giugno 2020)

Fonte: https://www.swissinfo.ch/ita/il-taf-bacchetta-la-sem-su-procedura-asilo-accelerata/45848752