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Riconosciuto dalla SEM il caso di rigore per India e la sua famiglia

Vista l’importante rilevanza pubblica assunta dalla fattispecie, il Dipartimento delle istituzioni, per il tramite della Sezione della popolazione, in via eccezionale comunica che con decisione del 4 febbraio 2022 la Segreteria di Stato della migrazione di Berna (SEM) ha riconosciuto il caso di rigore ai membri della famiglia di India, accogliendo il preavviso positivo dell’Ufficio della migrazione della Sezione della popolazione. Verranno così rilasciati i relativi permessi di dimora B ai componenti della famiglia.


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©Ti-Press / Samuel Golay

Per il Ticino India può restare

RIFUGIATI / Il Cantone auspica che la diciannovenne e la sua famiglia possano rimanere in Svizzera, ma il loro destino è nelle mani della Confederazione – La giovane vive da dieci anni nel Mendrisiotto e in tanti si stanno battendo per evitare che venga rispedita in Etiopia

Di John Robbiani / 19 gennaio 2022 , 22:00 / Ticino

La storia della giovane India sta appassionando i ticinesi. E le dimostrazioni di solidarietà si moltiplicano di giorno in giorno. Si sono mossi i suoi amici, i suoi compagni di scuola, il mondo cattolico (il vescovo in persona) e la politica. Si sono mossi gli avvocati, che hanno chiesto l’applicazione della legge per i casi di rigore, e l’Ufficio (cantonale) della migrazione, che ha scritto ai colleghi della SEM (la Segreteria di Stato della migrazione, federale) dando un preavviso favorevole. Perché India ha vissuto quasi tutta la sua vita in Ticino, perché la sua famiglia (madre e fratello maggiore) si è integrata e perché tutti assieme si sono dati da fare. Il destino della 19.enne India sarà ora stabilito a Berna. E a pesare sulla valutazione dei funzionari federali sarà molto probabilmente il grado di «ragionevolezza» del rientro nel Paese d’origine della ragazza: l’Etiopia. Una nazione con cui la Svizzera nel 2019 ha firmato un accordo che disciplina la cooperazione in materia di rimpatri e per cui dal 2006 esiste un Programma di aiuto al ritorno. Ma è anche un Paese ancora profondamente instabile, dove gli scontri etnici, soprattutto nella regione del Tigray, continuano a causare morti. E poi c’è la fame, con gli emissari del Programma alimentare mondiale che proprio ieri hanno dichiarato che l’area è sull’orlo di un disastro umanitario.

Tutto inizia nel 2002

Ieri il direttore del Dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi e la caposezione dell’Ufficio della popolazione Silvia Gada hanno incontrato i media per parlare del caso («in via eccezionale, visto che lo stesso è diventato di dominio pubblico») e per tentare di chiarire alcuni aspetti tecnici di una procedura, quella delle richieste d’asilo, complessa e non facile da spiegare ai non addetti ai lavori. E per sottolineare, visti i numerosi appelli a Gran Consiglio e Governo, come i Cantoni abbiano in realtà poca voce in capitolo. L’ultima parola spetta sempre alla SEM o, in caso di ricorsi, ai tribunali. Ma facciamo un passo indietro e torniamo al 2012.

È in quell’anno che la famiglia di India presenta una domanda d’asilo stabilendosi a Morbio, ma viene respinta due anni dopo proprio dalla SEM. Vano il successivo ricorso: viene respinto dal Tribunale amministrativo federale, che indica anche un termine per il rimpatrio.

Il secondo ricorso

A questo punto gli avvocati si muovono chiedendo una proroga del termine imposto per lasciare la Svizzera. La famiglia chiede che le venga riconosciuto lo status di apolide non riuscendo ad ottenere i documenti dall’Etiopia. Ma la SEM, e poi di nuovo il Tribunale amministrativo federale, bocciano la richiesta e ribadiscono la decisione di rimpatrio. È in quel periodo (cfr. il CdT del 6 luglio 2020) che parte dell’opinione pubblica inizia a prendere a cuore il caso. Merito soprattutto delle compagne di scuola di India e di una sua ex docente, che portano alla luce la vicenda e chiedono alle autorità di rivedere la decisione.

Il caso di rigore

Ma veniamo agli ultimi sviluppi. Recentemente l’avvocata Immacolata Iglio Rezzonico ha presentato, visto il lungo tempo trascorso dall’arrivo in Svizzera, un’istanza di rigore. Di cosa si tratta? La Legge federale sugli stranieri e la Legge sull’asilo prevedono, a determinate condizioni, la possibilità di rilasciare un permesso di dimora a favore di un cittadino straniero qualora un suo allontanamento lo metta in una situazione personale di estrema gravità. E proprio in quest’ottica andava letto l’appello del vescovo e di diversi parlamentari (PPD, PLR, ma anche della sinistra e dei verdi) che chiedevano, appunto, che il caso di rigore venisse accettato. Una posizione, come confermato da Gobbi e da Gada, condivisa anche dall’Ufficio della migrazione. «In questi giorni – è stato spiegato – abbiamo approfondito il caso e, basandoci sulla giurisprudenza e considerando il fatto che i due giovani hanno vissuto una parte preponderante della loro vita in Svizzera, abbiamo indicato alla SEM un preavviso favorevole». Ci sarebbero insomma, anche secondo i funzionari cantonali, dubbi legittimi sulla proporzionalità del rientro in Etiopia. Questo considerando oltretutto il grado d’integrazione e l’impegno dimostrato nel corso di quasi un decennio di permanenza in Svizzera. Una notizia che, per India e la sua famiglia, rappresenta una speranza. Felici chiaramente anche i loro legali. «Anche se – precisa l’avvocata Iglio Rezzonico – sono stata informata del preavviso cantonale 4 minuti prima dell’inizio della conferenza stampa…». «Ora sarà la SEM – ha sottolineato il PPD in una nota – a decidere il da farsi, tuttavia la scelta del Consiglio di Stato permette di ridare speranza a questa famiglia. Senza l’interesse e l’affetto dimostrato alla ragazza e ai suoi familiari da parte della comunità che li ha accolti e in cui hanno vissuto fino ad oggi, sarebbero già costretti a rientrare nella patria dalla quale erano fuggiti ormai dieci anni fa».

Berna analizza quanto è sicuro tornare nella nazione d’origine

In Ticino tra il 2016 e il 2021 sono state presentate 26 domande per i casi di rigore e solamente una è stata respinta. Richieste che sono poi state sottoposte alla Segreteria di Stato della migrazione (che ha l’ultima parola in questo campo), che ne ha approvate 17 e respinte 7. Sono dati forniti oggi alla stampa dal consigliere di Stato Norman Gobbi e dalla caposezione della popolazione Silvia Gada. Un modo per dimostrare – e per rispondere a una recente interrogazione presentata dal PS (prima firmataria Anna Biscossa) – che sui casi di rigore gli organi cantonali sono meno restrittivi di quelli federali. Questo anche e soprattutto perché la Confederazione, nella sua analisi, attraverso i rapporti forniti dal Dipartimento degli esteri e l’intelligence, valuta, in caso di rimpatrio, lo stato di sicurezza della nazione d’origine dei richiedenti a cui viene negato l’asilo. Una valutazione che ben difficilmente possono fare, con cognizione di causa, i singoli cantoni. Nella sua interrogazione Biscossa indicava l’esiguo numero di richieste presentate in Ticino rispetto ad altri cantoni (632, per esempio, i casi di rigore concessi dal canton Zurigo, con un solo rifiuto; 383 in Argovia, con zero rifiuti). «Sono dati errati – ha risposto Gobbi – e che non riguardano la situazione specifica». Ma come mai questa differenza tra cantone e cantone? «Perché il Ticino – ha spiegato il consigliere di Stato – riceve meno asilanti rispetto ad altre regioni. Questo perché sul nostro territorio, a Pasture, è presente il Centro federale d’asilo». Il Ticino funge dunque da «porta d’entrata» per i richiedenti l’asilo che poi, ottenuto il permesso N, vengono «smistati» tra i vari cantoni. Biscossa si è invece detta convinta che le poche richieste in Ticino siano da attribuire a una sorta di scoraggiamento che spingerebbe i richiedenti l’asilo a non farsi avanti. «Assolutamente – ha ribadito Gobbi – questo non è vero».

©CdT.ch – Riproduzione riservata

Fonte: https://www.cdt.ch/ticino/per-il-ticino-india-puo-restare-IG5091695


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Appello Urgente per India e la sua famiglia

AL PRESIDENTE DELLA CONFEDERAZIONE SVIZZERA, ON. IGNAZIO CASSIS
AL CONSIGLIERE DI STATO, ON. RAFFAELE DE ROSA
AL VESCOVO DI LUGANO, SUA ECCELLENZA VALERIO LAZZERI

India non esiste. India vive, ma non esiste. India vive da dieci anni in Ticino, ma per lo Stato non esiste: non è una sua cittadina. Punto. Eppure, non può smettere di respirare, di crescere, di integrarsi nel territorio che, nel frattempo, è diventato casa sua. Ormai conosce meglio l’italiano della sua lingua madre, ha stretto amicizie, va a scuola. Un
unico statuto difatti le è riconosciuto: essere un’allieva, e che allieva! Tutti i docenti la ricordano con affetto, dalle elementari di Biasca alle medie di Pregassona e di Morbio Inferiore. Anche adesso, al Centro professionale commerciale di Chiasso, è considerata un’alunna impegnata e solare.

Tuttavia, una volta terminati gli studi, presto India non esisterà più, così come è successo a suo fratello maggiore Nurhusien, la cui vita è stata privata di tutto: un posto di lavoro (che aveva trovato, avendo terminato con successo il suo apprendistato), gli amici, pure i compagni del calcio…

India, Nur e la loro madre Munaja possono però esistere anche per un’altra ragione: sono delle persone amiche, a cui si vuole bene. Nonostante i traslochi forzati, questa famiglia si è integrata, perché è straordinariamente resiliente e amabile. Tutto l’affetto e la stima nei loro confronti sono stati dimostrati dalla ex docente di classe che aveva lanciato un accorato appello prima di Natale, sperando in un miracolo: il miracolo di una legge che contemplasse l’amore.

Vi scriviamo dunque questa lettera aperta per appellarci a voi: una persona che vive qui in Ticino, con la madre e il fratello, è in pericolo e ha bisogno urgente di aiuto. Avviene dalle nostre parti, non possiamo voltare loro le spalle, non possiamo fare finta di niente.

A questa piccola famiglia, originaria della fascia di confine tra l’Etiopia e l’Eritrea, è stata rifiutata la domanda di asilo, richiesta però che era stata presentata dieci anni fa! India e i suoi familiari non possiedono documenti, di fatto sono apolidi, perché nessuna delle due nazioni li riconosce come loro cittadini. Per la SEM invece sono etiopi e vanno rimpatriati, perché l’Etiopia è considerato un paese sicuro.

In più, in questi giorni, incombe, concretamente, la decisione del rimpatrio forzato, proprio adesso che in Etiopia la violenza del conflitto va dilagandosi e raggiungendo proporzioni inquietanti: l’ONU ha appena lanciato l’allarme, basandosi su testimonianze di torture, stupri di massa, gravi episodi di brutalità contro la popolazione civile.

Tale, dunque, è la procedura: dopo svariati anni in un limbo, una non-vita di attesa, di incertezza, una donna sola con i propri figli avrebbe dovuto bloccare la sua esistenza in modalità stand-by e ora dovrebbe tornare in una nazione, che non la riconosce come cittadina e in cui sarebbe totalmente sradicata, alla mercé di tutti i pericoli, gli incubi da cui coraggiosamente era sfuggita per tentare di offrire ai propri figli una vita migliore. Dov’è la colpa di tutto ciò? Qual è la colpa di India, Munaja e Nur? Se una persona subisce una tragedia, merita di essere aiutata e protetta, sempre: questo dovrebbe essere uno dei capisaldi indiscutibili delle nostre leggi, del nostro Paese, che ospita l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e l’Alto Commissariato per i diritti umani. Anche grazie alla Dichiarazione universale dei diritti umani, la nostra civiltà si è conquistata dei diritti nel secolo scorso e i nuovi diritti portano con sé l’onere di nuovi doveri.

Lo ha ribadito, con forza e calore, anche Papa Francesco, in visita a Lesbo a inizio dicembre: “il rispetto delle persone e dei diritti umani, specialmente nel continente che non manca di promuoverli nel mondo, dovrebbe essere sempre salvaguardato, e la dignità di ciascuno dovrebbe essere anteposta a tutto. E triste sentir proporre, come soluzioni, l’impiego di fondi comuni per costruire muri, per costruire fili spinati. Certo, si comprendono timori e insicurezze, difficoltà e pericoli. Si avvertono stanchezza e frustrazione, acuite dalle crisi economica e pandemica, ma non e alzando barriere che si risolvono i problemi e si migliora la convivenza. E invece unendo le forze per prendersi cura degli altri secondo le reali possibilità di ciascuno e nel rispetto della legalità, sempre mettendo al primo posto il valore insopprimibile della vita di ogni uomo, di ogni donna, di ogni persona.”

Il nostro Paese, il nostro Cantone, dunque, ha i mezzi per ridare umanità a una situazione divenuta disumana: accordare il permesso di dimora, per caso di rigore, a India, alla sua mamma Munaja e a suo fratello Nurhusien. Dare loro la possibilità, finalmente, per cominciare davvero a vivere la vita, senza più nessuna paura. Un gesto nei loro confronti che si iscrive nella nostra Storia e renderebbe realtà il principio fondante che “la forza di un popolo si commisura al benessere dei più deboli dei suoi membri.”

(Preambolo della Costituzione della Confederazione Svizzera).

PRIMI FIRMATARI

Chiara Simoneschi-Cortesi, Fulvio Caccia, Dick Marty, Vasco Pedrina, Remigio Ratti, Marina Carobbio Guscetti, Gabriele Gendotti, Laura Sadis, Maria e Mario Botta, Daniele Finzi Pasca, Mauro Arrigoni, Bruno Balestra, Don Oliviero Bernasconi, Paolo Bernasconi, Maurizio Binaghi, Rocco Bonzanigo, Mario Branda, Renato Bullani, Marco Cameroni, Myriam Caranzano, Aldina Crespi, Masha Dimitri, Nina Dimitri, David Dimitri, Jacques Ducry, Ivo Durisch, Filippo Ferrari, Morena Ferrari-Gamba, Fabio Fumagalli, Silvana Gargiulo, Markus Krienke, Stefano Lappe, Daria Lepori, Luigi Maffezzoli, Roberta Mantegani, MauroMartinoni, Renato Martinoni, Isabella Medici-Arrigoni, Fabio Merlini, Rodolfo Molo, Stefano Montobbio, John Noseda, Lorenza e Giorgio Noseda-Pedrolini, Franco Plutino, Edo Poglia, Matteo Quadranti, Niccolò Raselli, Giò Rezzonico, Lorenzo Rudolf, Paola Solcà, Ulisse Sutter, Nenad Stojanovic, Claudio Valsangiacomo, Nelly Valsangiacomo, Giordano e Nicoletta Zeli Schaub, Giuseppe Zois, Rosa e Marco Züblin. Nicole Agustoni, Maria Grazia Albertini, Brigitte e Beat Allenbach, Benedetto Antonini, Usman Baig, Danilo Baratti, Carola Barchi, Stefano Bazzi, Bruno Bergomi, Michela Bernasconi, Cristina Bettelini Molo, Anna e Mario Biscossa, Beatrice Biscossa, Micol Bonetti, Rosanna Bonetti, Margherita Bredi, Bea Brenni, Paolo Buletti, Yvone Kocherhans e Giovanni Buzzi, Patrizia Candolfi, Maria Casari,Laura e Antonio Carbone Formenti, Rossana Cardani, Giampiero Casagrande, Ileana Castelletti, Lanfranco Casartelli, Marinella e Mauro Cattaneo, Maria Silva e Fabrizio Ceppi, Massimo Chiaruttini, Francesco Chiesa, Federica Colombo-Casiraghi, Luca Confalonieri, Alice Dermitzel, Piergiorgio De Lorenzi, Pierfranco Demaria, Sabrina e Ilmaz Erbagan, Paolo Farina, Alessandra Felicioni Corti, Maria Rosa Ferrari, Cristina Foglia, Danilo Forini, Eleonora Giubilei, Gabriela Giuria, Marco Grandi, Chris Groh, Gea Helle-Balestra, Beatrice e Francesco Hoch-Filli, Jachen Könz, Viola Könz, Gina La Mantia, Madeleine Leemann e Pierluigi Quadri, Thomas Lechleiten, Vittoria Locatelli, Sofia Luraschi Gomez, Ursina Lys, Davide Macullo, Luca Maghetti, Giorgio Mainini, Natalie Maspoli Taylor, Ornella Manzocchi, Cécile Meier, Ludovica Molo, Marco Mona, Marco Morganti, Stefano Mosimann, Lucia Tramer, Giancarlo Nava, Lucio Negri, Patrizia Pelli-Maspoli, Guido Pedroietta, Stefano Pesce, Pia Pagani, Luca Pianca, Carlo Piccardi, Martine Piffaretti, Monica Pilati, Cristiano Polli Cappelli, Roberto Pomari, Sara Plutino Marti, Daniela e Alessandro Pugno-Ghirlanda, Paola Quadri Cardani, Luciano Rigolini, Tecla Riva, Francine Rosenbaum, Clio e Gabriele Rossi, Isabella Rossi, Claudia e Marco Sailer, Anna Sciancalepore, Sharlen Shari Sassi, Antonio Simona, Michea Simona, Amelia Smithers,Francesca Snider, Enrico e Rosilda Solcà-Soares, Gabriellae Fabio Soldini, Simone Schürch, Giovanna Tabet, Dolores e Rosario Talarico, Francesca e Tiziano Tognina Moretti, Guido Tognola, Giovanni Vergani, Luca Visconti, Caterina Wennubst, Elena Wullschleger, Mara e Nicola Wuhlschleger-Ragusa.

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